C’è una costante nelle nostre strade cittadine: le buche non muoiono mai, si reincarnano. Nascono come crateri lunari, vengono “riparate” e rinascono come dossi degni di una pista da motocross.
Altro che manutenzione: qui siamo davanti a una nuova branca dell’ingegneria creativa, dove il concetto di “livellare” è interpretato in modo puramente artistico. Il risultato? Automobilisti che rallentano per prudenza, ciclisti che pregano e sospensioni che chiedono il pensionamento anticipato.
Eppure i cantieri non mancano. Anzi, bisogna dirlo: i lavori per la posa della fibra ottica sono una buona notizia. Portare internet veloce nella nostra città è un investimento sacrosanto, un passo necessario verso il futuro digitale. Ben vengano quindi scavi, tubi e collegamenti ultraveloci. Peccato però che, una volta completata l’opera sotterranea, la superficie venga trattata come un dettaglio trascurabile, una sorta di “tanto chi se ne accorge”. ce ne accorgiamo tutti, soprattutto passando sopra quei rattoppi che trasformano una strada in una sequenza di sobbalzi.
Il vero problema, infatti, non è scavare, ma richiudere. Riparare il manto stradale “a regola d’arte” non dovrebbe essere un optional, né una gentile concessione. Servirebbero controlli seri, verifiche puntuali e qualcuno che dica: “No, così non va, rifate il lavoro”. Perché una buca tappata male non è una soluzione, è solo una buca con più autostima. E mentre viaggiamo su queste strade a ostacoli, una domanda resta sospesa tra un dosso e l’altro: possibile che nel 2026 sappiamo portare la fibra ottica ovunque, ma non ancora rimettere l’asfalto come si deve?




