Lentini/Carlentini – L’inganno dell’acqua privatizzata: la lezione di Catania e il silenzio colpevole del Siracusano
Lentini/Carlentini – Mentre la Provincia di Catania si risveglia bruscamente dal torpore sotto i colpi di una protesta popolare vibrante e accesa, nel Siracusano regna un silenzio quasi spettrale. I sindaci etnei, costretti a fare i conti con la rabbia dei cittadini esausti, tentano oggi di correre ai ripari per rimediare a un disastro che loro stessi hanno contribuito a far esplodere. Ma la crisi del servizio idrico non è una questione locale: è lo specchio di un fallimento strutturale che tocca l’intera Sicilia orientale.
Il caso Catania e la trappola delle “bollette pazze”
Le migliaia di “bollette pazze”
recapitate ai cittadini catanesi non sono il frutto del caso, né di semplici sviste o strafalcioni burocratici da parte della Sie (Servizi Idrici Etnei). La realtà è ben più cinica: la cittadinanza è di fatto costretta al superconsumo a causa di reti colabrodo e tariffe gonfiate.
Oggi i primi cittadini etnei inseguono l’emergenza, spinti anche dal timore concreto di perdere i consistenti finanziamenti pubblici destinati al riammodernamento delle infrastrutture idriche. Ma la superficialità e l’insipienza politica con cui è stata gestita la transizione negli anni passati non possono essere cancellate con un colpo di spugna.
Il sonno del Siracusano: perché nessuno protesta?
Se a Catania la piazza urla, a Siracusa e provincia – fatte salve rare ed encomiabili eccezioni come Palazzolo Acreide – si continuano a dormire sonni tranquilli. Comuni come Lentini e Carlentini sembrano anestetizzati.
Ci si chiede: perché nel siracusano le bollette restano salatissime mentre i rubinetti registrano una costante carenza idrica? E soprattutto, perché i sindaci del territorio non hanno mai intercettato e richiesto i finanziamenti necessari per il rifacimento di reti idriche obsolete, che ogni giorno disperdono percentuali drammatiche di risorsa pubblica? Questo immobilismo non è solo inefficienza: è un danno economico e sociale diretto alle tasche e alla qualità della vita dei cittadini.
Oltre la risoluzione: stop alla trappola delle privatizzazioni
La risoluzione dei contratti con i gestori privati, che si spera venga votata dai sindaci senza assenze strategiche o diserzioni dell’ultimo minuto, è solo il primo passo. Il vero rischio, adesso, è ricadere nell’errore di una nuova esternalizzazione.
Le società private, per loro stessa natura statutaria, nascono per realizzare profitti. Quando si parla di un bene vitale come l’acqua, la logica del profitto entra inevitabilmente e insanabilmente in contrasto con l’interesse della comunità.
Le gestioni miste si sono rivelate una trappola: una facciata pubblica dietro la quale si nasconde una trazione puramente privatistica, dove i costi si socializzano e i guadagni si privatizzano.
Ripartire dal Referendum del 2011: l’acqua è un bene comune
Il servizio idrico va ripensato da zero. È giunta l’ora, anche nel nostro territorio, di obbedire al mandato chiaro e inequivocabile che il popolo italiano diede con il Referendum del giugno 2011. L’acqua è un bene pubblico privo di rilevanza economica.
La politica a ogni livello – nazionale, regionale e soprattutto locale – deve prenderne atto. Al contempo, l’opinione pubblica, i cittadini e i numerosi Comitati spontanei nati in queste settimane devono mantenere la guardia altissima. La vigilanza democratica è l’unico argine rimasto contro la speculazione: la gestione dell’acqua deve tornare interamente in mani pubbliche. Senza se e senza ma.
Nello La Fata
