Francofonte – Un’intera comunità marchiata con la lettera scarlatta dell’infiltrazione mafiosa, ma le motivazioni non arrivano. Tra silenzi istituzionali e il rischio di un corto circuito democratico.
Il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo scioglimento del Comune di Francofonte per presunte infiltrazioni e condizionamenti da parte della criminalità organizzata. Per i prossimi 18 mesi, la gestione della cosa pubblica passerà nelle mani di una commissione straordinaria, con il compito ufficiale di “ripristinare la legalità”. Una decisione drastica, calata dall’alto su proposta del Viminale, che ha l’effetto di un terremoto politico e sociale.
Eppure, a distanza di una settimana da quello che dovrebbe essere un atto di estrema chiarezza democratica, un silenzio assordante avvolge la vicenda. Mancano le motivazioni.
I cittadini di Francofonte si sono svegliati commissariati, bollati dal sospetto più infamante, senza che lo Stato abbia ancora sentito il dovere di spiegare perché. Quali sono gli atti? Quali i condizionamenti? Quali le prove di questo inquinamento? Al momento, non è dato saperlo. E in questo vuoto informativo, cresce legittimamente un dubbio strisciante: c’è qualcosa che non va?
La giustizia al buio non è giustizia
Come si può condannare – perché di una condanna politica e d’immagine si tratta – un’intera comunità senza offrire risposte concrete e tempestive? La lotta alla mafia è un dovere sacrosanto, ma non può trasformarsi in un esercizio di potere cieco. Uno Stato forte non ha bisogno di nascondersi dietro i rinvii burocratici; uno Stato forte mostra le carte, spiega il provvedimento e rende i cittadini partecipi del percorso di risanamento.
Traghettare un Comune verso nuove elezioni nell’arco di un anno e mezzo, affidandolo a una gestione straordinaria senza chiarire le colpe della precedente amministrazione, rischia di produrre l’effetto opposto a quello sperato. Invece di generare fiducia nelle istituzioni, crea distacco, rabbia e frustrazione.
”L’Italia rischia di diventare il Paese dei decreti d’urgenza a scatola chiusa, dove una comunità può essere colpita a morte dal sospetto senza nemmeno sapere da dove sia partito il colpo.”
Chi ride davvero?
Mentre la macchina burocratica si prende i suoi tempi per redigere e pubblicare le relazioni che hanno portato allo scioglimento, il paradosso è servito. Da un lato ci sono i cittadini, privati dei propri rappresentanti eletti e disorientati; dall’altro c’è il rischio che la criminalità organizzata, quella vera, rimanga a guardare e a sghignazzare. La mafia prolifera dove lo Stato è debole, dove non risponde, dove crea confusione e dove perde di credibilità agli occhi della gente.
Se le infiltrazioni ci sono state, i cittadini hanno il diritto sacrosanto di conoscerne i dettagli e i responsabili immediatamenti, per poter isolare il malaffare. Se invece la trasparenza viene sacrificata sull’altare dei tempi tecnici della burocrazia, l’unica cosa che si ottiene è l’immagine di una “repubblica delle banane” in cui il sospetto sostituisce la certezza del diritto.
Francofonte non può e non deve restare nel limbo. Lo Stato ha il dovere di rompere questo silenzio: le motivazioni dello scioglimento vengano pubblicate subito. Perché la legalità non si ripristina con il segreto, ma con la luce del sole.
Nello La Fata
