Al centro del confronto anche il doppio ruolo della dirigente, che ricopre un incarico assessoriale nel Comune
[LENTINI-Istituto Bottiglieri] — L’anno scolastico è appena iniziato, ma in alcune aule il problema più urgente non sembra essere legato ai libri o agli orari, bensì alle temperature. Alunni, genitori e famiglie segnalano condizioni di caldo che renderebbero difficoltosa la permanenza nelle classi e il regolare svolgimento delle attività didattiche.
Una situazione che, secondo quanto riferito dalle famiglie, avrebbe portato a proporre una soluzione concreta. L’acquisto, a proprie spese, di condizionatori portatili da utilizzare nelle aule. Una proposta che, sempre secondo le segnalazioni raccolte, non sarebbe stata autorizzata dalla dirigenza scolastica.
Il punto contestato non riguarda soltanto il mancato utilizzo degli apparecchi, ma soprattutto l’assenza — stando a quanto riferito — di una soluzione alternativa comunicata alle famiglie. Da qui la domanda che attraversa la comunità scolastica:
se una soluzione viene ritenuta non praticabile, quali misure vengono messe in campo per garantire comunque condizioni ambientali adeguate?
Il tema del microclima negli ambienti scolastici non può essere liquidato come una semplice questione di comfort. Temperature elevate, umidità e scarsa ventilazione possono incidere sul benessere degli alunni e del personale e in determinate condizioni, assumere rilievo anche sotto il profilo della sicurezza.
Il decreto legislativo 81 del 2008 prevede che le condizioni ambientali dei luoghi di lavoro siano adeguate all’organismo umano e che i rischi siano valutati e gestiti attraverso misure appropriate. Per gli edifici scolastici, inoltre, occorre distinguere le responsabilità della dirigenza da quelle dell’ente proprietario, al quale competono gli interventi strutturali e manutentivi secondo la normativa vigente.
Questo significa che l’eventuale installazione di condizionatori portatili non può essere considerata una decisione puramente informale, devono essere valutati sicurezza degli impianti, carichi elettrici, collocazione degli apparecchi, gestione della condensa e compatibilità con gli ambienti scolastici. Ma, allo stesso tempo, un eventuale diniego tecnico dovrebbe essere accompagnato da motivazioni chiare e da un’indicazione delle alternative possibili.
La questione assume una dimensione ulteriore se si considera che la dirigente scolastica ricopre anche il ruolo di assessore comunale con deleghe alla pubblica istruzione e all’edilizia scolastica.
Il doppio incarico, di per sé, non consente di affermare automaticamente l’esistenza di un’incompatibilità o di un illecito. Tuttavia, pone un tema di trasparenza istituzionale, è opportuno che siano ben distinti il ruolo della dirigente, chiamata a rappresentare le esigenze della scuola e a tutelare la sicurezza della comunità scolastica, e quello dell’assessore, che partecipa alle scelte dell’amministrazione comunale.
Sarebbe quindi legittimo chiedere quali iniziative siano state assunte dal Comune per affrontare il problema, se siano stati effettuati sopralluoghi, se sia stata richiesta una valutazione tecnica e quali interventi siano stati programmati.
Un elemento di particolare interesse è rappresentato dalle recenti misure dedicate al raffrescamento degli ambienti didattici. Il 7 settembre 2026 l’Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia ha pubblicato un avviso relativo a risorse destinate al raffrescamento e al miglioramento del comfort microclimatico delle istituzioni scolastiche, nell’ambito di un finanziamento ministeriale di 20 milioni di euro.
La disponibilità di risorse non significa automaticamente che ogni scuola possa ottenere un intervento immediato, ma rende ancora più pertinente una domanda: l’istituto e l’amministrazione comunale hanno verificato la possibilità di accedere ai fondi o di adottare misure compatibili con le risorse disponibili?
Il problema delle temperature elevate si inserisce in un contesto più ampio. La Regione Siciliana, in occasione dell’avvio dell’anno scolastico, ha richiamato l’attenzione sulle temperature ancora elevate e sulla necessità di valutare le esigenze locali nell’organizzazione delle attività, nel rispetto delle disposizioni sul calendario scolastico.
Non risulta, invece, che le indicazioni regionali comportino automaticamente la chiusura di tutte le scuole per il caldo. Proprio per questo, la gestione delle singole situazioni richiede valutazioni concrete, basate sulle condizioni degli edifici e sulle esigenze degli studenti.
Le famiglie chiedono dunque che il tema venga affrontato con un metodo preciso, rilevazioni delle temperature, valutazione del rischio microclimatico, confronto con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, verifica delle condizioni degli impianti e individuazione di misure immediate e strutturali.
Il confronto, a questo punto, potrebbe essere ricondotto a una richiesta semplice e verificabile:
quali sono le ragioni del diniego ai condizionatori portatili e quale alternativa concreta viene proposta dalla scuola?
Se esistono motivi di sicurezza che impediscono l’utilizzo degli apparecchi, questi dovrebbero essere illustrati alle famiglie. Se il problema è di competenza comunale, il Comune dovrebbe indicare quali interventi intende realizzare e con quali tempi. Se sono necessarie misure temporanee, occorrerebbe comunicarle con chiarezza.
La questione non dovrebbe diventare uno scontro personale o politico. Al centro restano gli alunni, il personale scolastico e il diritto a svolgere le attività in condizioni adeguate.
Per questo, una richiesta formale di valutazione del microclima, accompagnata da documentazione sulle temperature e da un confronto tra scuola, Comune e rappresentanti delle famiglie, potrebbe rappresentare il primo passo per trasformare il disagio in un percorso istituzionale.
La domanda resta aperta: se il caldo nelle aule è un problema riconosciuto, quali interventi verranno adottati e in quali tempi?
