Udite, udite, o nobili e potenti,
la farsa grande di queste genti!
A Palazzo Beneventano, tra fieno e letame,
si è riunito il Consiglio, che gran fame!
Non nella sala, ma proprio in stalla,
dove il decoro, ahimè, si balla.
Saluto voi, gentili spettatori, io sono il Giullare di Corte, colto da un’irrefrenabile allegria nel narrarvi le gesta del primo Consiglio Comunale di Lentini.
Messere lo Sindaco e la sua corte hanno iniziato la giornata con le formalità di rito l’appello dei consiglieri eletti, la conferma che nessuno di loro fosse ineleggibile (miracolo! tutti puliti, tutti in regola, almeno sulla carta) e il completamento dell’iter di insediamento. Fin qui, tutto bene. Profumava di istituzione, profumava di solennità… peccato che il solenne scenario fosse la stalla di Palazzo Beneventano.
Sì, avete capito bene tra travi di legno, odor di paglia e richiami alla natura, i nostri eletti han preso posto.
Ma veniamo al piatto forte, il dessert della giornata, la nomina del Presidente dell’assise.
Si passa al voto per il Presidente,
ma la maggioranza non trova la gente!
Un nulla di fatto, una gran confusione,
degna di ogni vera sessione.
Non si raggiunge la maggioranza. Il panico serpeggia tra i banchi (o meglio, tra le mangiatoie). A questo punto, il Marchese chiede la parola e, con voce ardita, invita a rimandare il voto al lunedì della prossima settimana, forse sperando che nel weekend la magia o la ragione facciano il loro corso.
Ma ecco farsi avanti monsù Ciro Greco, che di ansia è pieno e non vuole sentir ragioni, prende la parola e propone di procedere immediatamente con una seconda votazione.
Accettata la proposta del Greco, si scatena l’inferno, o meglio, il Grande Esodo.
L’opposizione, colta da improvvisa allergia al fieno, lascia l’aula in blocco. Ma il colpo di scena, degno di un teatro dei pupi, è che a seguire i banchi dell’opposizione ci sono i consiglieri di maggioranza Marchese e Vacante! Sì, avete letto bene la maggioranza si sgretola come un biscotto nel brodo, e i suoi stessi alfieri scappano via.
E il colpo di grazia, da rullo di tamburi.
Il Presidente pro-tempore, colto da tremori,
abbandona la sedia e scappa coi signori!
Anche lui fugge, lasciando la poltrona,
mentre la folla sghignazza e suona!
Il Presidente pro-tempore, colto da improvvisa vocazione equestre, ha preferito unirsi alla fuga, lasciando l’aula deserta. A quel punto, non essendoci più nessuno, il Consiglio è stato sospeso per un’ora.
E sapete chi ha dato il vero “La” alla fuga? I veri padroni della stalla! Mentre i politici litigavano sulle poltrone, due nobili stalloni hanno dato sfoggio di buonsenso scalciando contro le sbarre, sono fuggiti al galoppo verso la libertà, lasciandosi alle spalle il vociare dei consiglieri.
I cavalli han capito l’antifona quando c’è troppa confusione in stalla, l’unica cosa saggia da fare è correre via a perdifiato!
E che dire del Sire, il nostro Sindaco amato?
Se ne sta zitto, immobile e imbronciato,
il suo silenzio è un tuono, e un gran peccato!
I suoi silenzi son tuoni, fan tremare la gente,
rumorosi come i fallimenti di questa corrente!
Tace il Sire, e il suo tacer è un evento,
forte come un crollo, e un gran pentimento.
Il Sindaco tace. E vi dico, o genti, che i suoi silenzi sono assordanti.
Sono silenzi che rimbombano nelle volte della stalla, silenzi pesanti come macigni, rumorosi esattamente come una disfatta.
Non parla, non dirige, non risolve, il suo mutismo è l’unico discorso che sa fare, un monumento all’immobilismo che fa più rumore di un crollo di un palazzo (o di una maggioranza).
Dopo un’ora di sospensione, probabilmente usata per cercare i cavalli fuggiti o per raccogliere le dignità perdute, il Consiglio è stato definitivamente rimandato a “data da destinarsi”.
La seduta è tolta, a data da destinarsi,
tra pagliacci, stalloni e chi cerca di salvarsi!
Il giullare vi saluta, e va a mungere una mucca,
ché in questa stalla, la politica è davvero… brutta!
Campanelle suonano, i cavalli nitriscono, e il popolo… sospira.
