Riceviamo e pubblichiamo
La mia favola
“C’era una volta, tra le dolci colline, un Florido Borgo le cui mura risplendevano di un fiero e caldo rosso arancio. I suoi umili, sani e pazienti abitanti “artigiani, mercanti e contadini” si recavano al lavoro con serenità all’alba. La sera, al ritorno, sapevano che era loro dovere lasciare l’obolo al loro Signore, per poi portare a casa il resto e garantire il sostentamento alle proprie famiglie. Questo saggio equilibrio andò avanti per lustri, fin quando, alla morte del vecchio e saggio Signore, il suo seggio fu ereditato dal figliol prodigo.
Il Giovane Signore, però, era uomo di ben altre ambizioni, amante dei banchetti, delle giostre e dei festeggiamenti di corte, ne indiceva di continuo. Per finanziare tali sfarzi, pretendeva che l’obolo gli venisse versato integralmente e senza indugio. I plebei, in un primo tempo, obbedirono ai nuovi riti, ma con il passar del tempo, vedendo la negligenza del loro padrone e le mura del borgo farsi sempre più trascurate, iniziarono a trattenere il proprio oro, rifiutandosi di regolare i propri debiti.
Nel frattempo, il Re Sovrano, pur risiedendo in una corte lontana, pretendeva che il Signore gli versasse la sua parte di obolo reale. Ma il Giovane Signore si accorse ben presto che le casse erano vuote, il popolo non pagava più, e il Florido Borgo, mal gestito, deperiva giorno dopo giorno.
Per placare l’ira del Re, il Signore usò per alcuni lustri un vecchio inganno, mostrava le pergamene dei crediti che vantava verso mercanti, artigiani, contadini e maestranze, giurando che tali somme superavano di gran lunga ciò che egli doveva al Re. Ma il tempo è un giudice severo e i crediti, abbandonati a se stessi, si moltiplicarono in un labirinto inestricabile. Lo stesso scrivano di corte, sommerso dalle carte, non riusciva più a tenere i conti in ordine, e tra errori, omissioni e smemoratezze, i registri divennero un caos di inchiostro sbavato.
Stanco di attendere, il Re decise infine di agire. Inviò nel Borgo un Inquisitore, un uomo dal cuore di pietra e privo di sorriso, con l’ordine di fare i conti e riscuotere il dovuto. L’Inquisitore convocò tutti, uno ad uno, per regolarizzare i debiti. Ma i debitori, astuti, presentarono pezze d’appoggio e pergamene per giustificare le loro ragioni, altri, ormai, da anni avevano cambiato borgo, erano spariti nella nebbia o erano defunti. Così, dopo un’attenta e spietata rilevazione, l’Inquisitore scoprì l’amara verità, dei 27 milioni di danari che il Signore vantava nei suoi registri, solo 15 milioni erano reali e riscuotibili. Il resto era fumo.
Ma l’Inquisitore senza sorriso non era pago di questa sola scoperta. Volle indagare anche sulle diatribe legali e sulle ombre contabili, e fu così che si rese conto che il cosiddetto “fondo rischi senza fondo” non rifletteva affatto la realtà. Alla luce di quanto scritto nella pergamena reale, la Delibera n. 100 del 9 luglio 2024, egli impose l’immediato adeguamento ai criteri di legge. Questo rigore mise a nudo l’insufficienza dei fondi previsti, che ammontavano a soli 762.635,33. Dopo una rigorosa pulizia dei registri, l’Inquisitore fece confluire nel debito tutti i crediti reali vantati da mercanti, artigiani e maestranze che avevano lavorato per le sfarzose feste del Signore. Il conto finale, ahimè, fece salire il debito in maniera esorbitante, fino a toccare la spaventosa cifra di 6.000.000,00.
Con un ultimo, gelido sguardo, l’Inquisitore fece notare al Giovane Signore e al suo contabile preposto che tale adeguamento avrebbe dovuto essere applicato fin dal lontano 2011, come severamente imposto dal D.lgs. 118 del 2011, comma 5.2 dell’allegato n. 4/2, lettera h. E concluse, con voce che non ammetteva repliche, che un errore di tale gravità non poteva e non doveva essere più tollerato da alcun emissario del Re.
E così, alla fine della fiera, chi si ritrovò a piangere non furono i banchetti del Giovane Signore, né le pergamene stregate dei Banchieri, né lo scrivano distratto che aveva perso il filo dei conti. A piangere, come sempre accade nelle favole di questa terra, furono i plebei. Quelli stessi che all’alba si recavano al lavoro con serenità, ora si ritrovarono a dover versare nuove gabelle, a dover vendere l’argenteria di famiglia, a dover stringere la cinghia per ripagare un debito che non avevano mai contratto, ma che ora gravava sulle loro spalle come un macigno.
Perché questa è la verità più amara che l’Inquisitore senza sorriso lasciò scritta nei suoi registri, il popolo del Florido Borgo, per tutti quei lustri, era rimasto muto. Muto mentre le fontane zampillavano vino e le torri crescevano verso il cielo. Muto mentre lo scrivano perdeva il filo dei conti. Muto mentre i crediti si moltiplicavano come rovi incolti. Assente, il popolo, alle assemblee dove si decideva il destino del Borgo, assente, lo sguardo, quando si sarebbe dovuto chiedere conto di ogni moneta spesa.
E il narratore di questa storia, con la bacchetta del saggio, non può che tirare le orecchie anche a loro, a quei plebei pazienti e silenziosi. Perché nelle favole, come nella vita, chi tace acconsente. Chi abbassa lo sguardo e si volta dall’altra parte, un giorno si ritrova a pagare il conto di una festa a cui non era stato invitato, ma che non ha saputo impedire. Il disinteresse è un lusso che un Borgo non si può permettere: le redini del governo, se le mani sagge non le tengono, finiscono per essere afferrate da mani avide.
E così il Florido Borgo dalle mura rosso arancio imparò, a sue spese, una lezione antica quanto le sue pietre: che la libertà non è solo non avere un padrone cattivo, ma è anche saper vigilare, ogni giorno, perché nessun padrone — buono o cattivo che sia — possa mai trasformarsi in uno sprecone, a spese di chi lavora e tace”.
