A Lentini sembra ormai urgente organizzare una versione locale de La Corrida, con protagonisti gli amministratori comunali nei panni di “dilettanti allo sbaraglio”. Il quadro politico cittadino mostra una netta spaccatura nei modi e nelle strategie: da un lato la vecchia guardia, che sceglie di rimanere in cagnesco e ben angolata lontano dai riflettori; dall’altro i new entry, come gli assessori Mattia Pappalardo e Simone Cormaci, decisi a stare al centro della scena a ogni costo.
La ricetta della nuova politica passa da campagne improvvisate di bonifica del territorio: interventi circoscritti a piccole aree, calibrate quanto basta per garantire l’inquadratura perfetta. Tuta nera d’ordinanza, un’occhiata tra la vegetazione selvatica alla ricerca del sacchetto della spazzatura perduto e l’opera è compiuta nel giro di pochissime ore, con tanto di dipendente e automezzo della nettezza urbana al seguito per raccogliere il bottino. Subito dopo, scatta inevitabile la fase due: il post propagandistico sui social firmato dalla classica frase: «Stiamo pulendo Lentini».
Il nodo della questione, tuttavia, è un altro. A Lentini la gestione della pulizia e del decoro urbano è affidata a un’impresa specializzata tramite un preciso capitolato d’appalto, che definisce chiaramente tutti i servizi da assicurare alla comunità. Un meccanismo che spesso prosegue a suon di proroghe, ma su cui manca la necessaria attività di controllo e verifica da parte di chi governa.
La falla nel settore della nettezza urbana continua così a ingigantirsi.
La pulizia del paese viene sostituita dalle sortite dei “volontari” capitanati dai due assessori, ma l’effetto illusorio dura ben poco: trascorso qualche giorno, i rifiuti riprendono il sopravvento esattamente negli stessi punti, dove il prossimo passaggio della squadra promozionale è previsto forse tra un anno.
Se l’aspirazione principale degli assessori è quella di sostituirsi agli operatori ecologici anziché far rispettare i contratti e amministrare la macchina pubblica, la scelta più coerente sarebbe quella di dimettersi per dedicarsi alla libera professione. Un’ipotesi che appare remota: la propaganda resta il motore primario di un certo modo di fare politica. Un approccio miope che rischia di spingere la gestione pubblica verso il baratro dei dissesti finanziari, dimenticando che, alla lunga, gli slogan e i like non pagano mai.
Nello La Fata
