Lentini, 4 giugno 2026 – C’è un momento, nel cerimoniale elettorale, che dovrebbe rappresentare la sintesi perfetta tra volontà popolare e rigore amministrativo: il passaggio dei dati dal seggio alla Prefettura. A Lentini, purtroppo, questo passaggio somiglia più a una gara di equitazione dove i cavalli corrono su percorsi diversi, e nessuno sa quale sia la meta vera. Il dato è semplice, ma sconcertante: il numero di votanti comunicato dagli uffici elettorali del Comune non corrisponde a quello registrato e trasmesso alla Prefettura di Siracusa. Due numeri, stessi elettori, stessa tornata elettorale, eppure divergenti come se parlassero di due paesi diversi.
È proprio in questi frangenti che si apprezzano al meglio le “doti professionali” di presidenti di seggio e scrutatori, figure che la legge definisce garanti della regolarità, ma che a volte sembrano essere scelti per una curiosa attitudine: saper trasformare un conteggio in un rompicapo. Non si tratta, sia chiaro, di volontà scorrette: nessuno mette in dubbio la buona fede. Piuttosto, viene da pensare che la loro preparazione sia simile a quella di chi ha studiato geografia solo guardando le cartoline: conoscono il luogo, ma non sanno orientarsi. Come un sarto che misura ma non sa tagliare, o un contadino che semina ma non riconosce il raccolto: il compito è chiaro, ma il risultato non segue mai la linea attesa.
Si direbbe che, per alcuni di loro, l’aritmetica sia una materia opzionale, o che il concetto di “somma” sia interpretato come un suggerimento, non una regola. Così, tra un verbale compilato con grafie da decifrare come geroglifici e conteggi che variano a seconda del momento della giornata, i numeri si sfilacciano. C’è chi aggiunge due volte lo stesso gruppo di votanti, chi ne dimentica qualcuno, chi trascrive un dato e poi lo corregge in modo che il nuovo valore non abbia alcun legame con il precedente: un po’ come cambiare strada ogni due passi, convinti di essere sempre sulla via maestra. E quando poi i dati arrivano in Prefettura, il controllo automatico li respinge, perché “non corrispondono alle risultanze reali”, frase gentile che in parole povere vuol dire: “qui c’è qualcosa che non va, e nemmeno poco”.
Le conseguenze non sono solo tecniche, ma si riversano su tutta la vita amministrativa. Fino a quando i dati non sono definitivi e certificati, il nuovo Consiglio comunale non può insediarsi ufficialmente, la Giunta non può essere nominata, e ogni atto ordinario o straordinario rimane bloccato o rallentato. È come se, in una casa, le chiavi della porta principale fossero state date a qualcuno che non sa usarle: tutti dentro aspettano di poter cominciare a lavorare, ma nessuno può entrare o uscire come dovrebbe. Servizi, delibere, risposte ai cittadini: tutto si ferma, perché il motore dell’amministrazione non può accendersi senza la certificazione dei risultati.
E poi c’è il danno più grande, quello che non si misura con i numeri ma con la percezione: la fiducia dei cittadini. Quando la gente vede che anche il semplice conteggio di chi ha votato diventa un rebus, viene da pensare: “se non sanno neanche contare, come faranno a gestire il nostro denaro, i nostri servizi, il nostro futuro?”. È un dubbio che si insinua sottile, come una crepa in un muro: all’inizio è piccola, ma se non si ripara, finisce per indebolire tutta la struttura. La politica, che già fatica a essere considerata vicina e affidabile, perde altro terreno, e il cittadino si sente sempre più lontano da chi dovrebbe rappresentarlo.
Qualcuno potrà dire: “sono errori umani, può capitare”. È vero, ma quando gli errori diventano ricorrenti, quando lo spoglio di Lentini è ormai noto per i suoi ritardi e le sue discordanze, allora non è più casualità: è segno che qualcosa nel sistema di preparazione e selezione non funziona. Forse bisognerebbe pretendere una conoscenza più solida delle regole, magari con corsi di formazione veri, non solo riunioni di mezz’ora. Forse bisognerebbe valutare meglio chi si candida a questi incarichi, come si fa per ogni lavoro che ha un impatto sulla collettività.
Per ora, i numeri restano in attesa di essere messi d’accordo, gli uffici lavorano per ricostruire il quadro esatto, e la città aspetta. Con la speranza che, la prossima volta, chi siede al tavolo dello scrutinio sappia contare almeno fino al numero esatto di chi ha voluto esprimere il proprio voto. Perché la democrazia ha bisogno di regole chiare, ma ancora di più di persone capaci di applicarle con precisione: è il minimo che si possa chiedere a chi è chiamato a custodire la volontà di tutti.
Giuseppe Piazza
